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SIF Farmacogenetica
n. 88
del 26 ottobre 2016
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SIF Farmacogenetica
newsletter n. 88 del 26 ottobre 2016
Biomarker farmacogenetici con ruolo specifico nel trattamento chemio-radioterapico neo-adiuvante: studio esplorativo su pazienti con carcinoma rettale
A cura della Dott.ssa Lucia Gozzo
Il trattamento standard del carcinoma rettale localmente avanzato (LARC) è rappresentato da un approccio multimodale, costituito da radioterapia neo-adiuvante (RT) o chemioterapia (CRT) a base di fluoropirimidine (5 fluorouracile, 5-FU, o capecitabina) associato o meno a derivati del platino o anticorpi monoclonali, con successiva chirurgia e trattamento adiuvante, se necessario. Lo scopo della terapia neo-adiuvante è quello di ridurre la massa tumorale per permettere una chirurgia più conservativa con minor rischio di effetti avversi, tra cui disfunzioni urinarie e sessuali, urgenza fecale e incontinenza (Mansour, J.C.; Schwarz, R.E. Ann. Surg. Oncol. 2009, 16, 1465–1479). Inoltre, è di fondamentale importanza anche nel determinare la prognosi dei pazienti con carcinoma rettale, in termini di overall-survival e disease-free survival (Valentini V. et al. Radiother. Oncol. 2015, 114, 302–309). Nonostante gli sforzi per ottimizzare la risposta alla terapia neo-adiuvante, la riduzione delle dimensioni del tumore ed una risposta patologica completa (pCR) si ottiene in una minoranza di pazienti, intorno al 10% ed il 35% (Fan W.-H. et al. Chin. J. Cancer 2015, 34, 394–403. Sirohi, B. et al. Indian J. Med. Paediatr. Oncol. 2014, 35, 263–266). L’identificazione di biomarker predittivi rappresenta una necessità per ottimizzare il trattamento, anticipando i tempi della chirurgia o intensificando il trattamento neo-adiuvante nei pazienti con ridotta possibilità di rispondere alla terapia.
 
In questo studio è stata valutata la correlazione tra 30 polimorfismi di 21 geni coinvolti nella risposta alla chemioterapia, in particolare nei sistemi di riparazione del DNA (XRCC1, XRCC3, MSH6, PARP1, OGG1, EXO1, ERCC2, ERCC1, MLH1, APEX1, MGMT, SOD2 ed ATM), nella proliferazione ed angiogenesi (TP53, MDM2, EGFR, EGF e VEGFa) e nella risposta alle fluoropirimidine (GSTP1, MTHFR e TS). Obiettivo dello studio era quello di valutare i ruolo di biomarker predittivi sulla risposta a diversi trattamenti neo-adiuvanti.
 
Tra il dicembre 1993 e il luglio 2011, sono stati arruolati 208 pazienti con LARC resecabile di stadio T3-T4/N0-2, senza metastasi a distanza, con età ≥18 anni, performance status 0-2, funzione midollare, renale ed epatica nella norma, sottoposti a CRT neo-adiuvante a base di fluoropirimidine (5-FU o capecitabina), con o senza oxaliplatino, ed in combinazione con 5040 cGy o 5500 cGy di RT. I pazienti sono stati suddivisi in 3 gruppi sulla base dello schema di trattamento ricevuto.
L’associazione tra genotipo e pCR è stata valutata separatamente per i 3 gruppi, aggiustata per sesso, età, dosi di RT, distanza del tumore dal margine anale, terapia concomitante con composti del platino, intervallo tra la fine della RT e la chirurgia. È stata trovata un’associazione significativa tra 9 SNP e la pCR in almeno un sottogruppo di pazienti. Nel gruppo 1 (pazienti in trattamento con oxaliplatino) sono stati individuati 2 SNP associati alla pCR, rs2279744-MDM2 e rs1801133-MTHFR (p=0,034 e p=0,019 rispettivamente), mentre nel gruppo 3 (pazienti sottoposti a trattamento standard con fluoropirimidine e 5040 cGy di RT) è stata individuata l’associazione più forte con l’SNP rs3136228-MSH6 (p<0,01). Nello stesso gruppo è stata riscontrata un’associazione importante (p<0,025) anche per altri due SNP (rs3213239-XRCC1 e rs2010963-VEGFa). Nel gruppo trattato con alte dosi di RT (gruppo 2) è stata individuata un’associazione forte con l’SNP rs1130409-APE1. L’essere portatore di almeno una variante allelica è risultato associato con una ridotta possibilità di ottenere la pCR (p=0,004). È stato inoltre dimostrato un possibile ruolo predittivo delle varianti rs3213239-XRCC1, rs1799977-MLH1, e rs2010963-VEGFa (p<0,025): in particolare, i portatori di almeno una variante del rs3213239-XRCC1 o del rs2010963-VEGFa hanno mostrato una riduzione della possibilità di ottenere la pCR (p=0,020 e p=0,022 rispettivamente); inoltre, rs1799977-MLH1 è risultato un fattore protettivo (p=0,026). Non è stata trovata un’associazione significativa nell’analisi combinata di tutti i pazienti.
 
L’identificazione dei pazienti che non otterranno beneficio dalla terapia neo-adiuvante rappresenta un elemento chiave nell’ottimizzazione del trattamento del LARC. L’obiettivo di questo studio era quello di individuare biomarker predittivi di risposta al trattamento neo-adiuvante. In totale 9 su 30 SNP valutati hanno mostrato un potenziale come biomarker di pCR, 6 localizzati su geni coinvolti nella riparazione del DNA, 2 in geni di controllo della proliferazione e dell’angiogenesi, 1 in un gene di modulazione della risposta alle fluoropirimidine. L’analisi del gruppo 3 (pazienti sottoposti a trattamento standard a base di fluoropirimidine e 5040 cGy di RT) ha mostrato le associazioni più importanti. Il gene MSH6, coinvolto nell’associazione più rilevante (p<0,01), codifica per un fattore coinvolto nel sistema di mismatch repair (MMR) ed in altri sistemi di riparazione delle rotture del DNA (double strand breaks, DSB). La carenza della funzione di MSH6 porta ad una ridotta riparazione del danno al DNA con una conseguente maggiore sensibilità alla morte cellulare a seguito del danno da radiazioni. Un recente studio ha mostrato un’associazione significativa tra i livelli di espressione di MSH6 in biopsie o pezzi chirurgici di pazienti con LARC sottoposti a chemio pre-operatoria e la sopravvivenza globale o la ricaduta locale, rispettivamente (Huh J.W. et al. Medicine 2016, 95, e2582).
 
In conclusione, i dati ottenuti in questo studio suggeriscono un possibile ruolo predittivo di 9 SNP nella risposta alla CRT in 3 sottogruppi di pazienti affetti da LARC. Questi dati, anche se preliminari, avvalorano l’importanza delle valutazioni di farmacogenetica nell’individuare biomarker predittivi della risposta a particolari protocolli di trattamento e, se confermati da analisi successive, potranno supportarne l’uso nella pratica clinica per ottimizzare il trattamento dei pazienti con LARC.
 
Limiti dello studio sono rappresentati dal piccolo numero di pazienti dei sottogruppi e dalla mancata validazione di questi risultati in un gruppo di pazienti con LARC esterno allo studio.
 
Parole chiave: LARC, geni coinvolti nella risposta alla chemioterapia, chemio-radioterapia neo-adiuvante
 
Riferimenti bibliografici
Dreussi E et al. Int J Mol Sci 2016, 17(9): E1482.
 
Il significato del polimorfismo (rs34529039) c.690G&gt;T e dell’espressione del gene CEBPA negli esiti clinici delle pazienti con tumore ovarico
A cura della Dott.ssa Giulia Sammarini
Il tumore ovarico rappresenta la patologia ginecologica più letale e rimane fra le 5 più comuni cause di morte collegata a cancro nelle donne. Dopo terapia standard, che prevede l’intervento chirurgico seguito da trattamento con composti del platino e taxani, il 30% delle pazienti raggiunge una sopravvivenza dopo i 5 anni senza incorrere nello sviluppo di resistenza o in ricadute. Il gene CEBPA (CCAAT/Enhancer Binding Protein Alpha), membro della famiglia di fattori di trascrizione bZIP, promuove la differenziazione cellulare tramite la sovraregolazione di una specifica famiglia di geni. Inoltre, partecipa alla regolazione dell’ematopoiesi ed alla differenziazione terminale di cellule come adipociti, epatociti e cellule epiteliali.
In questo studio pilota, gli autori hanno valutato il ruolo di CEBPA come fattore pronostico negativo nelle pazienti affette da cancro ovarico in trattamento con agenti leganti il DNA. Lo scopo è quello di verificare l’importanza della presenza di mutazioni e polimorfismi a carico del gene CEBPA nelle pazienti affette da questo tipo di tumore, e di ricercare eventuali associazioni presenti fra le alterazioni genetiche trovate e i cambiamenti nei livelli di espressione dell’mRNA di CEBPA.
 
Lo studio è stato condotto analizzando campioni di tessuto tumorale e di sangue di 118 pazienti (fra i 20 e i 76 anni, media di 53 anni) ricoverate presso l’Istituto di Oncologia e l’Ospedale Brodnowski di Varsavia, fra il 1995 e il 2010. 44 delle pazienti sono state trattate con cisplatino e ciclofosfamide (pazienti CP), mentre 74 pazienti sono state trattate con cisplatino o carboplatino e taxani (pazienti TP). É stato possibile estrarre l’RNA per determinare l’espressione di CEBPA in 106 campioni su 118. La risposta alla chemioterapia è stata determinata 3-4 settimane post trattamento. La remissione completa (CR) è stata definita come la completa scomparsa di tutti i sintomi clinici e biochimici in seguito alla conclusione del primo ciclo di trattamento e confermato quattro settimane dopo. I tumori sono stati definiti sensibili al trattamento quando il tempo di sopravvivenza priva di ricadute (DFS) eguagliava o superava i 6 mesi, altrimenti, i tumori sono stati classificati come resistenti. Il gruppo di controllo era costituito da 127 donne sane (tra i 19 e i 75 anni, media 52 anni).
I campioni tumorali sono stati analizzati per la presenza di polimorfismi e mutazioni nel gene CEBPA. Al fine di confermare inequivocabilmente l’eventuale impatto del polimorfismo c.690G>T (rs34529039) sul rischio di contrarre il tumore ovarico, il gruppo di controllo è stato espanso a 236 donne con medesimo range di età, ma media di 50 anni.
 
Sono stati identificati 4 polimorfismi noti di CEBPA, tre polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) sinonimi e una duplicazione. L’alterazione più frequente è risultata c.690G>T, rs34529039, trovata in 30 pazienti su 118 (25.4%), confermata sia su campione tumorale che su sangue. Questo polimorfismo pare non sia collegato al rischio di sviluppare il tumore, in quanto la sua percentuale nelle donne sane risulta essere simile (19.9%), p=0.204. Il secondo SNP, c.402G>A (rs752254340), è stato trovato in 4 donne (3.4%), mentre il terzo, c.573C>T (rs192240793), è stato trovato solo in una paziente (0.8%). Non è stato possibile determinare la frequenza di questi ultimi due SNPs nelle donne sane a causa della loro rarità. In aggiunta, 9 pazienti (7.6%) hanno presentato una duplicazione di 6 nucleotidi (c.584_589dupACCCGC) nella regione ricca di istidine e prolattine del dominio TAD2 di CEBPA. La stessa alterazione è stata riscontrata con la medesima frequenza all’interno dei campioni di donne sane (10/127, 7.9%). L’analisi statistica multivariata ha rivelato un’associazione positiva fra c.690G>T ed un esito clinico sfavorevole in tutte le pazienti (HR 1.771, p= 0.013), anche se il gruppo PC presenta un rischio 3 volte superiore al gruppo TP di morte cancro-specifica (HR 3.287, p= 0.005). In linea con questi risultati, le possibilitá di ottenere una remissione completa nelle pazienti portatrici di questo SNP è risultata di 5 volte inferiore rispetto alle pazienti wild-type (OR 0.188, p= 0.059).
Infine, dagli studi di espressione di CEBPA è emerso che la sovraespressione di questo gene è un fattore prognostico e predittivo negativo. Una correlazione inversa è stata infatti riscontrata per tutti gli esiti clinici considerati: OS, DFS e risposta alla terapia. Inoltre, è stato evidenziato che la presenza del polimorfismo c.690G>T (rs34529039) è correlata con un’elevata espressione dell’mRNA di CEBPA (p= 0.0059).
 
In conclusione, i risultati di questo studio evidenziano come la presenza del polimorfismo c.690G>T (rs34529039) del gene CEBPA, così come la sovraespressione del suo RNA messaggero, costituiscano fattori di prognosi e predittivi negativi nelle pazienti affette da tumore ovarico in trattamento con agenti leganti il DNA.
 
Parole chiave: tumore ovarico, c.690G>T (rs34529039), CEBPA, cisplatino/taxani
 
Riferimento bibliografico
Konopka B et al. Oncotarget 2016 Sept 2 [Epub ahead of print].
Variazioni nella sequenza matura del microRNA-608 e benefici dal trattamento neo-adiuvante nei pazienti affetto da carcinoma rattale localmente avanzato
A cura della Dott.ssa Gloria Ravegnini
La gestione del paziente affetto da carcinoma renale localmente avanzato (LARC) è principalmente basata su un numero di fattori clinico-radiologici; tuttavia, è noto che pazienti con fattori di rischio simili, possono mostrare outcome clinici diversi e richiedere trattamenti personalizzati. Sfortunatamente, ad oggi non sono disponibili biomarcatori prognostici che permettono approcci specifici basati sull’aggressività tumorale o sulla risposta iniziale al trattamento neo-adiuvante.
I miRNA sono piccole sequenze di RNA non codificante che possono regolare l’espressione genica di centinaia di geni; di conseguenza, diversi processi cellulari, come proliferazione o risposta ai trattamenti, sono influenzati da questi meccanismi regolatori. Recentemente, i polimorfismi a singolo nucleotide localizzati sulle sequenze dei miRNA, hanno attratto l’interesse della ricerca per via delle implicazioni funzionali che possono avere. Lo SNP rs4919510, sulla sequenza del miR-608, è stato associato con la risposta farmacologica nel carcinoma colorettale (CRC); tuttavia, i risultati riportati sono spesso discordanti, e questo è in parte dovuto ad una inadeguata selezione dei pazienti e alla eterogeneità dei trattamenti chemioterapici.
Questo è il primo studio sul ruolo dello SNP rs4919510 nel trial prospettico di fase II (EXPERT-C) volto a comparare il trattamento neo-adiuvante con capecitabina + oxaliplatino (CAPOX) seguito da chemo radioterapia (CRT) basata sulla capecitabina, operazione chirurgica e trattamento CAPOX adiuvante versus lo stesso trattamento + cetuximab (CAPOX-C) in LARC ad alto rischio.
 
Nello studio sono stati coinvolti un totale di 164 pazienti arruolati nel trial EXPERT-C di cui 155 erano eleggibili per le successive analisi. Le analisi genotipiche per lo SNP rs4919510 sono state condotte sul DNA estratto da biopsie in paraffina pre (n=113) e post (n=122) trattamento neo-adiuvante; la stessa analisi è stata condotta su 105 prelievi di sangue periferico pre-trattamento. Per 81 casi erano disponibili le biopsie pre e post trattamento: in questo gruppo il tasso di concordanza nelle analisi genotipiche è stato del 98,7%, con un caso con genotipo GC nella biopsia pre-trattamento e GG post-trattamento. Di conseguenza, per eliminare qualsiasi bias dovuto ad alterazioni somatiche, come la perdita di eterozigosi, sono state comparate le analisi genotipiche eseguite sulle biopsie e sul prelievo di sangue; una concordanza del 100% è stata osservata tra sangue e biopsia pre-trattamento.
Su 155 pazienti, 95 (61.3%) erano omozigoti per il genotipo CC, 55 (35.5%) eterozigoti (CG) e 5 (3.2%) omozigoti per GG. Il follow-up medio è stato di 64.9 mesi. Nella coorte globale non sono state osservate differenze significative nella PFS a 5 anni [P = 0.18] e OS a 5 anni [P = 0.21] comparando pazienti omozigoti per l’allele C e quelli con l’allele G. Nel braccio CAPOX, pazienti con genotipo CC hanno mostrato una peggiore PFS a 5 anni [54.6% (95% CI: 40.5–68.7) versus 82.0% (95% CI: 67.7– 96.3) HR 0.13 (95% CI: 0.12–0.83) P=0.019, P aggiustato per P53 =0.010] e OS a 5 anni [60.7% (95% CI: 47.0–74.4) versus 82.1% (95% CI: 68.0–96.2) HR 0.38 (95% CI: 0.14–1.01), P=0.053, P aggiustato per P53 =0.033]. Al contrario, non sono state osservate differenze nel gruppo di pazienti CAPOX-C.
Gli autori hanno poi preso in considerazione i pazienti con genotipo CC in entrambi i bracci di trattamento; comparando i due gruppi, essi hanno osservato che l’aggiunta di cetuximab in questi pazienti migliorava la PFS [73.2% (95% CI: 60.3–86.1) versus 54.6% (95% CI: 40.5–68.7) p: 0.036], e l’OS [82.2% (95% CI: 71.0–93.4) versus 60.7% (95% CI: 47.0–74.4), p: 0.023].
Nei portatori di CG/GG, che mostravano una miglior prognosi, l’aggiunta di cetuximab non era associata a benefici clinici; Al contrario questi pazienti mostravano un aumentato rischio di recidive distanti [tasso di recidiva distante: 35.4% nel braccio CAPOX-C (95% CI: 18.5–52.3) versus 15.0% nel braccio CAPOX (95% CI: 1.5%–28.5%); HR 2.73 (95% CI: 0.87–8.59) P = 0.086].
 
Come discusso dagli autori stessi, questo studio ha tra i punti di forza l’omogeneità della coorte, in termine di etnicità e trattamento, tuttavia, sono presenti alcuni limiti. Infatti l’analisi genotipica dello SNP rs4919510 non era stata originariamente pianificata quando lo studio EXPERT-C è stato disegnato e soffre delle limitazione tipiche delle analisi retrospettive. Inoltre, data la natura investigativa del trial, non si può sapere se questi risultati siano validi nei pazienti trattati con la chemioterapia standard basata sulle fluoropirimidine e richiedono ulteriori approfondimenti.
 
In conclusione, questo studio conferma il coinvolgimento dello SNP rs4919510 nella risposta farmacologica nel carcinoma colorettale localmente avanzato. Questo risultati supportano l’importanza dei miRNA come potenziali determinanti di aggressività tumorale e/o risposta al trattamento in pazienti affetti da LARC
 
Parole chiave: LARC, trial EXPERT-C, miR-608
 
Riferimento bibliografico
Sclafani F et al. Carcinogenesis 2016, 37(9):852-7.
 
Associazione tra il polimorfismo rs2284411 del gene GRIN2B e la risposta al metilfenidato nel Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività
A cura della Dott.ssa Claudia Pisanu
Il Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività (ADHD) è un disordine neuropsichiatrico pediatrico caratterizzato da sintomi di inattenzione, iperattività e/o impulsività inappropriati rispetto al livello di sviluppo. Si pensa che nella patogenesi dell'ADHD possano avere un ruolo aberrazioni della trasmissione dopaminergica e noradrenergica. Studi recenti hanno inoltre suggerito un ruolo del sistema glutamatergico. Uno studio di linkage ha riportato un'associazione tra il gene che codifica per la subunità 2A del recettore NMDA (GRIN2A) e l'ADHD. Il metilfenidato è il farmaco di prima linea più comunemente prescritto per il trattamento dell'ADHD ed è in grado di migliorare la sintomatologia nel 65-75% dei pazienti. Nonostante il  meccanismo principale tramite il quale esplica il suo effetto consista nella modulazione dei sistemi dopaminergico e noradrenergico, alcune evidenze suggeriscono il coinvolgimento del sistema glutamatergico (e, in particolare, del recettore NMDA) nel meccanismo d'azione del farmaco. Ad esempio, studi preclinici hanno mostrato come l'antagonista del recettore NMDA dizocilpina, o la distruzione dei neuroni glutamatergici della corteccia prefrontale, siano in grado di sopprimere gli effetti acuti e cronici del metilfenidato. I geni GRIN2A e GRIN2B che codificano, rispettivamente, per le subunità NR1 e NR2 del recettore NMDA, sono state associati a diversi disordini del neurosviluppo, compreso l'ADHD. Inoltre, studi di farmacogenetica hanno investigato il ruolo di varianti localizzate a livello di questi due geni nella risposta al trattamento in pazienti con schizofrenia o disturbo bipolare.
Sulla base di queste evidenze, gli autori dello studio hanno investigato l'associazione tra i polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) rs2284411 (GRIN2B) e rs2229193 (GRIN2A) e la risposta al trattamento con metilfenidato in un campione di pazienti coreani con diagnosi di ADHD.
 
Il campione comprendeva pazienti con diagnosi di ADHD in accordo con i criteri del DSM-IV, di età compresa tra 6 e 17 anni, e i loro genitori biologici. I pazienti sono stati reclutati presso il Seoul National University Hospital Child e la Adolescent Psychiatry Outpatient Clinic. I criteri di esclusione comprendevano: 1) quoziente intellettivo (IQ) < 70; 2) malattie genetiche ereditarie; 3) storia di trauma cranico, malattia cerebrale organica, epilessia o altre malattie neurologiche; 4) disturbi dello spettro autistico, disturbi della comunicazione o dell’apprendimento; 5) diagnosi di schizofrenia; 6) diagnosi di depressione maggiore o disturbo bipolare; 7) diagnosi di sindrome di Tourette; 8) diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo; 9) precedente trattamento con metilfenidato per più di un anno o nelle 4 settimane precedenti l’arruolamento. I partecipanti sono stati reclutati tramite due studi: un trial open-label di 8 settimane con metilfenidato (43 pazienti) e uno studio prospettico di 2 anni (45 pazienti inclusi nel presente studio) nel quale i pazienti sono stati assegnati al braccio con metilfenidato o a quello con placebo in base alla decisione clinica e alle preferenze dei genitori.
Tutti i partecipanti allo studio hanno visitato la clinica a diversi time point. La dose iniziale è stata fissa fino al secondo appuntamento di follow-up e aumentata fino a raggiungere una risposta soddisfacente. La dose finale era compresa nel range di 0,7–1,5 mg/kg. I genitori hanno completato la versione coreana della ADHD Rating Scale-IV (ADHD-RS) prima e dopo il trattamento con metilfenidato. La scala include 18 item (9 per la valutazione dell’inattenzione e 9 per la valutazione di iperattività/impulsività) con un punteggio da 0 a 3 (total score da 0 a 54). Inoltre, un neuropsichiatra infantile ha somministrato la scala Clinical Global Impression—Improvement (CGI-I) per valutare cambiamenti nella severità clinica rispetto alla scala Clinical Global Impresson – Severity (CGI-S), somministrata al baseline, tramite uno score che andava da 1 (notevole miglioramento) a 7 (notevole peggioramento). I partecipanti hanno anche completato la versione coreana del continuous performance test (CPT), che valuta la performance relativamente all’attenzione.
Gli autori hanno utilizzato tre diversi metodi di definizione della risposta, considerando come responder: 1) i soggetti che hanno mostrato una riduzione pari ad almeno il 40% dello score ADHD-RS (i domini relativi ad attenzione, iperattività/impulsività sono stati analizzati separatamente); 2) i soggetti con uno score CGI-I di 2 o inferiore dopo 6 mesi di trattamento; e 3) i soggetti che presentavano entrambi i criteri precedenti (riduzione pari ad almeno il 40% dello score ADHD-RS e punteggio CGI-I di 2 o inferiore).
I due SNP sono stati genotipizzati su DNA genomico estrato da sangue. L’associazione tra la diagnosi di ADHD e i due SNP rs2284411 e rs2229193 è stata analizzata tramite un approccio family-based, utilizzando il transmission disequilibrium test (TDT). In considerazione della bassa frequenza dell’allele recessivo, i genotipi dello SNP localizzato nel gene GRIN2B sono stati divisi in due gruppi (C/C e C/T+T/T). I punteggi delle diverse scale prima e dopo il trattamento con metilfenidato sono stati confrontati tramite t-test. L’associazione delle due varianti con la risposta è stata analizzata utilizzando un modello di regressione logistica multivariata, con “buona risposta” come outcome, i genotipi di GRIN2B T/T+C/T or GRIN2A G/A come predittori, ed età, sesso, IQ, score CGI-S e ADHD-RS al baseline e dose finale di metilfenidato come covariate. La significatività statistica è stata fissata a un p-value di 0.017 (0.05/3 criteri di valutazione della risposta). 
Le informazioni sulle triadi erano disponibili per 88 pazienti (72 maschi e 12 femmine), Il test TDT non ha dimostrato una trasmissione preferenziale dei due polimorfismi. Un totale di 73 pazienti ha completato la scala ADHD-RS prima e sei mesi dopo il trattamento con metilfenidato. Dopo 6 mesi di trattamento, 37 pazienti (49,3%) avevano uno score CGI-I di 2 o inferiore, 38 pazienti (50,7%) avevano mostrato una diminuzione dello score ADHD-RS pari ad almeno il 40% e 19 pazienti (25,3%) soddisfacevano entrambi i criteri. I carrier del genotipo C/C dello SNP rs2284411 (GRIN2B)  hanno mostrato score più elevati al baseline per le scale CGI-S (p = 0.029), ADHD-RS (p = 0.031) e un maggior livello di inattenzione (p = 0.009) rispetto ai carrier dell’allele T. L’analisi di regressione logistica ha mostrato un’associazione tra il genotipo C/C e una migliore risposta al trattamento misurato considerando lo score ADHD-RS relativo all’inattenzione (OR = 5,3, p = 0.009) e lo score CGI-I (OR = 6,9, p = 0.009). Inoltre, il genotipo C/C ha mostrato un’associazione nominale con la risposta al metilfenidato utilizzando il criterio di valutazione della risposta più stringente (miglioramento di entrambi gli score, OR = 14,2, p = 0.026).
Lo SNP localizzato nel gene GRIN2A non è risultato associato alla risposta al trattamento con metilfenidato, ma il genotipo G/G ha mostrato un’associazione con una maggiore riduzione del numero di errori durante il test CPT rispetto al genotipo G/A (p = 0.001).
 
Questo studio ha investigato per la prima volta il ruolo di due varianti genetiche localizzate a livello dei geni GRIN2A e GRIN2B nella risposta al metilfenidato in pazienti con ADHD. I risultati suggeriscono che una variante del gene GRIN2B potrebbe predisporre a una maggiore severità dell’ADHD, ai sintomi di inattenzione e alla risposta al trattamento con metilfenidato.
Tra i punti di forza dello studio vi sono la relativa omogeneità della popolazione coreana e la valutazione della risposta tramite metodi soggettivi e oggettivi. Tra i limiti dello studio vi sono il design in aperto, il regime di titolazione della dose flessibile, la mancanza di una valutazione sistematica della compliance e degli effetti avversi e la dimensione del campione limitata.
 
In conclusione, lo studio suggerisce il coinvolgimento dello SNP rs2284411 del gene GRIN2B nella risposta al trattamento con metilfenidato in pazienti con ADHD di origine coreana.
 
Parole chiave: metilfenidato, ADHD, GRIN2B
 
Riferimento bibliografico
Kim JI et al. J Psychopharmacol 2016 Sep 13 [Epub ahead of print]
 
HLA-B*40:02 e DRBI*04:03 sono fattori di rischio per l’eruzione maculo papulare indotta da oxacarbazepina
A cura della Dott.ssa Sarah Allegra
L’oxacarbazepina (OXC) è un farmaco antiepilettico per la terapia adiuvante o in monoterapia per il trattamento di crisi parziali in adulti e bambini. OXC viene rapidamente metabolizzata a livello epatico da enzimi citosolici epatici, in un derivato monoidrossilato (MHD) responsabile dell’azione antiepilettica del farmaco. La formazione di MHD è stereoselettiva, e i due enantiomeri sono presenti in rapporto di 4:1 (S-MHD-to-R-MHD); entrambi hanno simili proprietà antiepilettiche e tollerabilità. Efficacia e tossicità di OXC sono comparabili a quelli registrati per la carbamazepina (CBZ). Studi di farmacogenomica hanno evidenziato una forte associazione tra l’allele 15:02 dell’antigene leucocitario umano (HLA)-B (HLA-B*15:02) e la sindrome di Stevens-Johnson (SJS) e la necrolisi epidermica tossica (TEN) indotte da CBZ, in individui di discendenza asiatica; infatti, lo screening genetico per l’allele HLA-B*15:02 è raccomandato, nella popolazione asiatica, prima dell’inizio della terapia con CBZ. Inoltre, altri studi hanno identificato altri alleli legati agli effetti avversi della terapia con CBZ. Invece, per quanto riguarda la OXC, non è ad oggi, stata osservata l’influenza di fattori di rischio genetici. Lo scopo di questo studio è stato quello di identificare fattori legati all’HLA per il rischio di eruzione maculo papulare (MPE) indotta da OXC, in pazienti coreani.
 
I pazienti con MPE (gruppo OXC-MPE) e coloro che invece erano tolleranti all’OXC (gruppo OXC-tollerante) sono stati selezionati tra i pazienti con epilessia in trattamento con OXC, afferenti al Seoul National University Hospital. I pazienti sono stati assegnati al gruppo OXC-MPE in caso di evidente prova di MPE e solo se OXC era stato l'unico farmaco al quale sono stati esposti. Al momento dell'identificazione clinica di MPE, OXC è stata immediatamente interrotta per evitare gravi reazioni avverse cutanee. Il gruppo OXC-tollerante era composto da pazienti che avevano ricevuto ≥1,800 mg / die di OXC senza sviluppo di reazioni avverse.
 
Il DNA genomico è stato estratto da sangue periferico ed è stata eseguita la genotipizzazione 4-digit dei geni HLA-A, HLA-B, HLA-C, HLA-DRB1 e HLA-DQB1 in ogni soggetto. Le strutture tridimensionali di OXC, R-MHD e S-MHD sono state estratte dal Human Metabolome Database e il programma di calcolo Autodock Vina è stato utilizzato per calcolare il punteggio di ancoraggio (ΔG) di OXC e dei suoi metaboliti alle molecole del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC); dal confronto dei gruppi, HLA-DR1 e HLA-B sono state selezionate per il test di ancoraggio in silico. Le strutture di HLA-DRB1*04:03 e HLA-B*40:02 sono state create usando una modellazione per omologia (Swiss-model). Il test esatto di Fisher test è stato usato per valutare la differenza tra le frequenze fenotipiche di HLA tra il gruppo OXC-MPE e i controlli. L'Odds Ratio (OR) e l'intervallo di confidenza al 95% (IC95%) sono stati ottenuti. Le analisi statistiche sono state condotte utilizzando il software SPSS, versione 21.0, e il valore p <0,05 è stato considerato statisticamente significativo.
 
Un totale di 40 pazienti del gruppo OXC-MPE e 70 pazienti OXC tolleranti sono stati inclusi in questo studio. 35 (87.5%) su 40 hanno avuto esperienza di MPE senza evidenza di coinvolgimento sistemico, tre hanno sviluppato eosinofilia e due hanno avuto febbre con manifestazioni cutanee. Il tempo medio registrato di esordio di MPE dopo la somministrazione OXC è stato di 11 giorni (range: 2-53 giorni), e 34 (89.5%) su 38 hanno manifestato MPE entro 3 settimane dopo l'esposizione iniziale a OXC. La maggior parte dei pazienti (35, 92.1%) hanno sviluppato MPE con assunzione di una dose di OXC minore della dose massima giornaliera di 900 mg. 
La frequenza del genotipo dell’allele HLA-B*40:02 era significativamente più alta nel gruppo OXC-MPE rispetto sia agli OXC-tolleranti (p=0.018, OR 4.33, IC95% 1.36-13.79) che alla popolazione coreana in generale (p=0.001, OR 4.04, IC95% 1.83-8.90). Allo stesso modo, l'allele HLA-DRB1*04:03 era più frequentemente nel gruppo OXC-MPE rispetto agli OXC-tolleranti (p=0.003, OR 14.64, IC95% 1.73-123.90) e alla popolazione coreana (p=0.019, OR 3.11, CI95% 1.27-7.59). Viceversa, la frequenza dell’allele HLA-B*15:01 era più bassa nel gruppo OXC-MPE rispetto ai tolleranti (p=0.016, OR 0,18, CI95% 0.04-0.82) e alla popolazione coreana (p=0.030, OR 0.22, CI95% 0.05-0.94). La frequenza del genotipo di HLA-A*32:01 era più alta e quella di HLA-DQB1*05: 01 più bassa nel gruppo OXC-MPE rispetto alla popolazione coreana. Gli alleli HLA-DRB1*04:06, DRB1*14:05 e DQB1*05:03 erano più frequenti nel gruppo OXC-tollerante rispetto alla popolazione coreana. 
In questo studio, gli autori suggeriscono che gli alleli HLA-B*40:02 e DRB1*04:03 sono possibili fattori di rischio, e B*5:01 di protezione, per MPE OXC-indotta. Dato che le reazioni maculopapulari sono mediate dal MHC di classe II (che comprende anche i geni HLA-DRB1 e HLA-DQB1) gli autori si sono concentrati sul ruolo di HLA-DRB1*04:03. L'affinità di legame di OXC per HLA-DRB1*04:03 è stato confrontato con l'affinità di legame ottenuto con HLA-DRB1*01:01 o *04:01, che sono gli unici due alleli HLA-DRB1 le cui strutture cristallografiche sono disponibili. L'R-MHD è risultato ancorato nella tasca P1 di HLA-DRB1*04:03, con un punteggio di attracco -6.9 kcal / mol, affinità maggiore rispetto a quella ottenuta con DRB1*01:01 e *04:01. Il legame tra OXC e S-MHD non è risultato diverso tra i diversi alleli HLA-DRB1. Il legame tra OXC, R-MHD e S-MHD e HLA-B*40:02 hanno mostrato un’affinità di legame inferiore rispetto alla maggior parte degli altri HLA-B.
 
In conclusione, questo è lo studio in cui, ad oggi, sono stati arruolati il maggior numero di pazienti con MPE indotta da OXC. Sono stati individuati due nuovi alleli legati al rischio di MPE indotta da OXC (B*40:02 e DRB1*04:03) e uno di protezione (B*15:01). Il metabolita di OXC, R-MHD, ha mostrato una maggiore affinità per DRB1*04:03 rispetto agli altri sottotipi DRB1. Dopo la somministrazione orale di OXC nell'uomo, solo il 2% della dose rimane nel plasma in forma inalterata, mentre circa il 70% è presente come MHD. Ipotizzando che R-MHD interagisca con la tasca P1 di HLA-DR1, questa contribuirebbe allo sviluppo di MPE in pazienti con l’allele HLA-DRB1*04:03. Quindi, HLA-DRB1*04:03 può essere considerato come l'allele di rischio più importante.  Ulteriori studi con un numero maggiore di pazienti, in diversi gruppi etnici e studi incentrati sui fattori di rischio genetici non-HLA sono necessari per chiarire il meccanismo dettagliato dello sviluppo di reazioni avverse cutanee indotte da trattamento con OXC.
 
Gli alleli HLA-B*40:02 e, soprattutto, HLA-DRB1*04:03 sono significativamente associati al rischio di MPE indotta da OXC; l’allele HLA-B*15 01, invece, è stato identificato come fattore protettivo da questo effetto collaterale.
 
Parole chiave: oxacarbazepina, eruzione maculo papulare, HLA-DRB1*04:03, HLA-B*15 01
 
Riferimento bibliografico
Moon J et al. Epilepsia 2016 Sep 26 [Epub ahead of print]
Associazione tra il polimorfismo rs1414334 c/g del gene htr2c e lo sviluppo della sindrome metabolica in pazienti trattati con antipsicotici atipici
A cura della Dott.ssa Donatella Carretta
La sindrome metabolica, che comprende ipertensione, diabete e dislipidemia, e che comporta un aumento del rischio cardiovascolare, si manifesta più frequentemente nei pazienti schizofrenici rispetto alla popolazione generale. In questo tipo di pazienti, l’assunzione di antipsicotici atipici può causare un’ aumentata probabilità di sviluppare la sindrome metabolica. L’aumento di peso associato alla sindrome metabolica è correlato a fattori genetici ed ambientali. Per quanto riguarda i geni coinvolti, precedenti studi hanno riportato un’associazione tra specifici polimorfismi nel gene HTR2C e lo sviluppo della sindrome metabolica in questo tipo di pazienti. Inoltre, gli agonisti 5-HT2C riducono, mentre gli antagonisti aumentano l’appetito; infine, sembra che i recettori 5-HT2C siano correlati agli effetti anoressogenici della leptina.
Lo scopo del presente studio è investigare il polimorfismo rs1414334 C/G nel gene HTR2C, poiché in letteratura esistono solo tre studi su questo SNP, tutti condotti in Olanda. Una meta-analisi di questi studi mostra un’associazione significativa tra la presenza dell’allele C del polimorfismo rs1414334 e la prevalenza della sindrome metabolica nei pazienti in trattamento con antipsicotici atipici. D’altro canto però, il gene HTR2C è X-linked, quindi le femmine possono essere eterozigoti mentre i maschi hanno solo una copia del gene. I dati degli studi precedenti non hanno investigato tale aspetto.
Il presente studio vuole replicare i risultati degli studi precedenti (associazione tra l’allele C di rs1414334 e sindrome metabolica in pazienti trattati con antipsicotici atipici) in una popolazione Spagnola. Lo studio inoltre amplia i dati delle ricerche precedenti, in quanto considera l’effetto del genere sull’associazione ed incorpora la valutazione di variabili relative stile di vita.
 
In questo studio osservazionale cross-sectional sono stati considerati sia pazienti ricoverati che ambulatoriali in terapia per almeno tre mesi con antipsicotici atipici (clozapina, olanzapina, risperidone, quetiapina, aripiprazolo, ziprasidone, amisulpride, asenapina e paliperidone). Tutti i pazienti avevano più di 18 anni ed avevano ricevuto la diagnosi di malattia psicotica: schizofrenia, disordine schizofreniforme, disturbo schizoaffettivo o altro disturbo psicotico, disturbo bipolare ed erano in terapia continuativa con farmaci antipsicotici (American Psychiatric Association, 2000). La variabile primaria è stata la diagnosi di sindrome metabolica secondo i criteri ATPIII, cioè la presenza di tre o più dei seguenti criteri metabolici: obesità addominale, ipertrigliceridemia, bassi livelli di colesterolo HDL, elevata pressione arteriosa ed insulino-resistenza. Le variabili cliniche secondarie erano: età, genere, diagnosi (schizofrenia o altro), anni dalla diagnosi, durata della terapia con gli antipsicotici in corso, uso di antidepressivi, stabilizzatori del tono dell’umore e numero di sigarette. Le seguenti variabili correlate allo stile di vita sono state ottenute tramite il National Survey of Health and the European Health Survey: numero di ore di sonno, attività fisica praticata ed abitudini alimentari.
Il polimorfismo rs1414334 C/G è stato analizzato tramite real-time PCR con un 7300 Real-Time PCR System (Applied Biosystems). La reazione è stata effettuata con una TaqMan genotyping PCR master mix (Applied Biosystems).
Il campione era costituito da 166 pazienti di cui 68 con sindrome metabolica. Poiché il gene HTR2C è X-linked, le analisi dei dati sono state effettuate separatamente per maschi e femmine.
 
Nei pazienti con l’allele C rs1414334, la prevalenza della sindrome metabolica era del 30,3% in totale; nei maschi 35,7% e nelle femmine 26,3%. La prevalenza dell’allele C rs1414334 era: 43,6% per il totale, 47,1% nei maschi e 37,5% nelle femmine. Non sono state osservate differenze significative tra il polimorfismo e le variabili considerate (0,164 < valore di p < 0,430).
Sono da segnalare la prevalenza dell’allele C del polimorfismo (19,9%) e della diagnosi di schizofrenia (55,4%), l’alta proporzione di farmaci assunti con un profilo metabolico sfavorevole (82,5%) ed una durata media di malattia vicina ai 15 anni. Per quanto riguarda le differenze nella sindrome metabolica sono state osservate differenze significative delle seguenti variabili: età (p=0,038) e uso di antidepressivi (p=0.044). L’allele C rs1414334 non ha mostrato nessuna differenza significativa rispetto alle variabili esaminate (p=0,164).
Quando sono stati analizzati i fattori associati alla sindrome metabolica, nessuna variabile era differente in maniera significativa, incluso l’allele C rs1414334 (p=0,062). Solo nei maschi è stata osservata una differenza tra l’età più avanzata e la prevalenza di sindrome metabolica (p=0,011).
 
La principale limitazione della presente ricerca risiede nel fatto che il disegno di questo studio è cross-sectional, quindi non è stato possibile stabilire la relazione causale tra i fattori analizzati e la presenza della sindrome metabolica, per determinare la quale occorrono infatti studi longitudinali. Inoltre, la popolazione del presente studio corrisponde ad un campione di pazienti in terapia con antipsicotici per cui non è stato possibile estrapolare i risultati alla popolazione generale.
I dati del presente studio non sono in accordo con i dati riportati in letteratura che, al contrario, rilevano un’associazione tra questo polimorfismo e la sindrome metabolica. Una spiegazione di tale discrepanza può risiedere nella variabilità dei fattori considerati.
 
In conclusione, il presente studio non mostra un’associazione statisticamente significativa tra la presenza dell’allele C del polimorfismo rs1414334 del gene HTR2C e la sindrome metabolica nei pazienti in terapia non antipsicotici atipici.
 
Saranno necessari quindi ulteriori studi multicentrici che valutino anche l’associazione di questo SNP con i differenti antipsicotici, possibilmente utilizzando un disegno prospettico.
 
Parole chiave: HTR2C, disturbi psicotici, farmaci antipsicotici, farmacogenetica, sindrome metabolica.
 
Riferimento bibliografico
Rico-Gomis JM et al. PeerJ 2016, 4:e2163.
 
Uno studio di associazione genome-wide sulla risposta a β2-agonisti inalatori in pazienti affetti da broncopneumopatia cronico ostruttiva
A cura della Dott.ssa Sarah Cargnin
La broncopneuomopatia cronico ostruttiva (BPCO) è un’affezione cronica polmonare risultante in una progressiva perdita della funzionalità dell’organo respiratorio. I principali sintomi di tale patologia sono tosse, dispnea e consistente produzione di espettorato. I broncodilatatori inalatori, tra cui i β2-agonisti, rappresentano la terapia di elezione per tale condizione patologica. Questi farmaci agiscono inducendo rilassamento a livello della muscolatura liscia delle vie aree, a sua volta risultante in un aumento del flusso respiratorio e quindi in un miglioramento dei sintomi associati alla patologia. La risposta ai broncodilatatori inalatori si valuta tramite spirometria, misurando la variazione del volume di aria espirato con sforzo massimale in un secondo (FEV1) prima e dopo trattamento con broncodilatatori. Più di due terzi dei pazienti trattati con broncodilatatori inalatori risponde al trattamento con tali farmaci. È interessante evidenziare che studi farmacogenetici per geni candidati abbiano riportato come il background genetico possa modulare la risposta individuale a tali farmaci. Alla luce di queste evidenze, l’obiettivo di questo lavoro è stato quello di condurre il primo studio di associazione genome-wide (GWAS) finalizzato all’identificazione di varianti genetiche correlate alla risposta a β2-agonisti inalatori in pazienti affetti da broncopneuomopatia cronico ostruttiva.
Lo studio GWAS è stato condotto su pazienti affetti da moderata o severa BCPO (N=6577) trattati con β2-agonisti inalatori, precedentemente arruolati per gli studi genetici COPDGene (N=3603), ECLIPSE (N=1757), GenKOLS (N=853) e NETT (N=364). Nello specifico, tutti i pazienti inclusi nello studio erano fumatori o ex fumatori di etnia bianca (4 coorti: COPDGene NHW, GenKOLS, NETT, ECLIPSE) o di origine afro-americana (1 coorte: COPDGene AA) provenienti dagli Stati Uniti d’America (COPDGene, NETT), Europa (ECLIPSE, GenKOLS), Nord America e Nuova Zelanda (ECLIPSE ). Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a spirometria, effettuata prima e dopo trattamento con β2-agonisti inalatori. La risposta a broncodilatatori è stata valutata tramite tre diversi indici, quali: i) BDRABS, ossia la differenza assoluta di FEV1, misurata prima e dopo trattamento con broncodilatatori; ii) BDRPRED, che misura la differenza assoluta di FEV1 prima e dopo trattamento espressa come percentuale sulla FEV1 attesa; iii) BDRBASE, espressione della variazione di FEV1 pre e post-trattamento come percentuale sulla FEV1 al baseline. La genotipizzazione è avvenuta tramite piattaforme Illumina. L’analisi di associazione tra i fattori genetici e i 3 indici clinici utilizzati per la misurazione della risposta è avvenuta tramite regressione lineare aggiustata per fattori clinici. I risultati di associazione ottenuti nelle singole coorti sono stati poi combinati tramite meta-analisi ad effetti fissi. Infine, i top SNPs emersi dalla meta-analisi sono stati analizzati in correlazione alla funzionalità polmonare valutata come FEV1/FVC (capacità vitale forzata) e FEV1 in 4 coorti di pazienti (COPDGene NHW, COPDGene AA, GenKOLS, ECLIPSE).
 
Dall’analisi di associazione GWAS condotta sui soggetti di etnia bianca arruolati nello studio COPDGene (COPDGene NHW: N=2792; 48.4% del totale dei pazienti di etnia bianca inclusi nel GWAS) è emerso come la variante rs17575208, localizzata sul cromosoma 6 a monte del gene EPHA7, sia l’unico SNP associato ad un livello di significatività statistica genome-wide alla risposta ai broncodilatatori misurata tramite l’indice BDRABS (P=8.29 X 10-9). Al contrario, dall’analisi di associazione effettuata sull’unico sottogruppo di pazienti di etnia afro-americana inclusi nello studio COPDGene (N=811), si evince una correlazione statisticamente significativa tra due varianti del gene CDH13 e la risposta a broncodilatatori valutata, rispettivamente, mediante gli indici BDRABS (CDH13 rs115067260: P=5.05 X 10-9) e BDRPRED (CDH13 rs114132812: P=1.19 X 10-8). Analogamente, nel medesimo sottogruppo, le varianti SGCD rs10056066 e GOLGA8B rs76677753 sono risultate essere associate, rispettivamente, all’outcome misurato come BDRBASE (rs10056066: P=4.86 X 10-8) e BDRPRED (rs76677753: P=1.9 X 10-8). Dalla meta-analisi dei risultati ottenuti nelle 5 coorti in studio (4 coorti di pazienti di etnia bianca e una composta da soggetti afro-americani) non è emersa nessuna correlazione significativa a livello genome-wide tra le varianti analizzate e la risposta a broncodilatatori. Tuttavia, si evidenziano trends di associazione tra: i) lo SNP KCNK1 rs61824320 e la risposta a broncodilatatori valutata come BDRABS (P=2.02 X 10-7): ii) gli SNPs del gene KCNJ2 e gli outcomes BDRABS (top SNP: rs9898686, P=2.05 X 10-7) e BDRPRED (top SNP: rs68193035, P=1.79 X 10-7); iii) lo SNP rs12956045 del gene MC5R e l’endpoint BDRBASE (P=4.69 X 10-7). Dall’analisi della correlazione tra i top SNPs emersi dalla meta-analisi e la funzionalità polmonare misurata come FEV1/FVC e FEV1, solo lo SNP KCNK1 rs61824320 è risultato essere correlato ad entrambi gli outcomes (FEV1/FVC: P=0.03; FEV1: P=0.04).
 
La variante rs17575208 del gene EPHA7 è risultata essere associata ad un livello di significatività genome-wide a DBRABS nella coorte di pazienti di etnia bianca COPDGene NHW. Tuttavia, tale correlazione non è stata riconfermata dopo meta-analisi dei risultati ottenuti nelle 5 coorti di pazienti in studio. In tale contesto, anche se alcune mutazioni del gene EPHA7 sono state identificate in biopsie di tumori polmonari non a piccole cellule, non è ad oggi noto il potenziale ruolo di tale gene nel modulare la fisiopatologia della BCPO o la risposta a farmaci broncodilatatori. Nella coorte COPDGene AA costituita da soggetti di etnia afro-americana, sono emerse alcune varianti nei geni CDH13, SGCD e GOLGA8B come associate alla risposta a broncodilatatori. Nello specifico, il gene CHD13 codifica per la proteina T-caderina, nota per svolgere un ruolo protettivo contro la risposta cellulare infiammatoria indotta da allergeni. Evidenze di letteratura suggeriscono come topi knockout per la caderina presentino iperresponsività delle vie aeree e iperplasia delle mucose rispetto ai topi wild-type. Il gene SGCD codifica, invece, per un complesso proteico espresso a livello dei muscoli scheletrici, cardiaco e dei muscoli involontari delle vie aeree. Sulla base del fatto che tale complesso proteico sembra essere implicato nella transizione dal fenotipo contrattile a quello proliferativo delle cellule del tessuto muscolare involontario delle vie aeree, gli Autori suggeriscono che tale gene possa essere coinvolto nella fisiopatologia della BCPO. Infine, il gene GOLGA8B codifica per le golgine A8B ma il suo ruolo a livello della responsività ai broncodilatatori non è ad ora noto. Dopo meta-analisi dei dati ottenuti dalle 5 coorti in studio, nessuna variante genetica è emersa significativa a livello genome-wide con l’outcome analizzato. Tuttavia, alcune varianti dei geni KCNJ2 e KCNK1 hanno mostrato un trend di associazione con la risposta ai β2-agonisti inalatori. Nello specifico, i geni KCNJ2 e KCNK1 codificano per specifici canali del potassio noti per essere espressi a livello dei tessuti bronchiali e per essere implicati nei meccanismi di iperpolarizzazione cellulare. Gli autori, evidenziandone il ruolo nel rilassamento dei tessuti muscolari delle vie aeree, suggeriscono un coinvolgimento degli stessi nei meccanismi patofisiologici della BCPO. Limiti dello studio: avendo osservato come i top SNPs emersi dalla meta-analisi abbiano un effect size piccolo e non essendo stata identificata nessuna associazione significativa a livello genome-wide tra tali SNPs e l’outcome in studio, si evidenzia un’insufficiente potenza statistica come principale limite dello studio.
 
Dopo meta-analisi dei risultati ottenuti nelle diverse coorti di pazienti incluse nello studio, non sono emerse associazioni significative ad un livello genome-wide tra le varianti analizzate e la risposta ai farmaci β2-agonisti inalatori in pazienti affetti da broncopneuomopatia cronico ostruttiva. Tuttavia, i risultati evidenziano un trend di associazione tra la risposta a tali farmaci ed alcune varianti a carico dei geni KCNJ2, KCNK1 e MC5R.
 
Parole chiave: broncopneuomopatia cronico ostruttiva, β2-agonisti inalatori, genome-wide
 
Riferimento bibliografico
Hardin M et al. Pharmacogenomics J 2016, 16(4):326-35
Identificazione di biomarcatori sierici di risposta al trattamento con glucocorticoidi e infliximab in pazienti pediatrici affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali
A cura delle Dott.sse Alessia Di Silvestre e Marianna Lucafò
Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) sono malattie particolarmente debilitanti e severe, per la natura dei sintomi che le caratterizzano, per la compromissione della qualità di vita e per il rischio, tanto più rilevante nei casi ad esordio in età pediatrica, di complicazioni a lungo termine. Al momento sono disponibili diversi farmaci con proprietà immunosoppressive in grado di indurre e mantenere la remissione, come i glucocorticoidi e l’infliximab, tuttavia alcuni pazienti non rispondono, altri diventano dipendenti nel corso della terapia o sviluppano effetti collaterali che spesso risultano severi. Risulta necessario, quindi, individuare dei biomarcatori predittivi della risposta ai farmaci al fine di poter ottimizzare il trattamento, evitando terapie destinate all’insuccesso, che soprattutto nella popolazione pediatrica, rappresentano un grosso rischio per il paziente. Potenziali marcatori di malattia, tra cui proteine e microRNA (miRNA), sono stati identificati nel sangue di pazienti affetti da MICI ma l'effetto sul loro possibile cambiamento da parte di trattamenti farmacologici specifici non è stato ancora investigato.
Lo scopo di questo studio è di individuare biomarcatori di risposta al trattamento con glucocorticoidi e infliximab (un anticorpo capace di legare il fattore di necrosi tumorale alfa; anti-TNFα) mediante l’analisi del profilo di espressione di miRNA e proteine da siero prima e dopo trattamento.
 
Lo studio è stato condotto dal centro di ricerca di genetica medica del Children’s National Health System (Washington, DC, USA); sono stati arruolati 19 pazienti affetti da MICI, tra i 9 e 19 anni, di cui 12 trattati con prednisone e 7 con infliximab. Il trattamento con glucocorticoidi prevede la somministrazione orale di prednisone alla dose standard di 1 mg/kg fino a un massimo di 40 mg al giorno. I pazienti trattati con infliximab, selezionati per lo studio, non hanno assunto glucocorticoidi o altri immunomodulatori in concomitanza ed hanno ricevuto un dosaggio di infliximab standard di 5 mg/kg al tempo 0 e a 2 settimane. Per ogni paziente sono stati prelevati due campioni di sangue, uno prima del trattamento (controllo) e uno dopo il trattamento con prednisone o infliximab. La durata del trattamento con steroidi si estende dalle 3 alle 18 settimane. Per l'infliximab, i campioni post trattamento sono stati raccolti a 6 settimane dall'inizio della terapia, appena prima della terza infusione. La gravità della malattia è stata valutata tramite gli indici di attività della malattia per il morbo di Crohn e per la rettocolite ulcerosa, la proteina C reattiva e la velocità di sedimentazione degli eritrociti.
L’analisi dei livelli sierici delle proteine, prima e dopo il trattamento, è stato effettuato mediante una tecnica proteomica basata sugli aptameri (SOMAscan assay). Sono state individuate 213 proteine che mostrano un cambiamento significativo dopo trattamento con prednisone e 94 proteine dopo trattamento con infliximab; 18 proteine mostrano un cambiamento sia dopo il trattamento con prednisone che infliximab. Tra le 18 proteine che subiscono un cambiamento significativo in seguito ad entrambi i trattamenti farmacologici, 13 proteine subiscono un aumento mentre 5 vanno incontro ad una diminuzione significativa in risposta alla terapia. Le proteine che aumentano in seguito ai trattamenti svolgono importanti funzioni nei processi di rigenerazione del danno tissutale come ad esempio il fattore neurotrofico ciliare (CNTF), un fattore di crescita e sopravvivenza in grado di ridurre la distruzione tissutale, CCL25 e CD36, espressi nei macrofagi M2, associati ad un miglioramento dell'infiammazione. CCL25 è predittivo nelle coliti croniche in modelli animali, mentre CD36 ha un ruolo nell'attivazione dei macrofagi M2. Queste proteine potrebbero essere considerate dei marker di riparazione del danno tissutale intestinale nelle MICI. Tra le proteine che diminuiscono in seguito ai trattamenti vi sono proteine che svolgono funzioni note associate all’infiammazione e sono l’α-1-antitripsina (SERPINA1), le proteine leganti i fattori di crescita insulino-simili 1 e 2 (IGFBP1 e IGFBP2), la resistina (RETN) e la chemochina di tipo CC 23 (CCL23).
Sono state inoltre individuate 5 proteine che sono diversamente espresse solo dopo trattamento con prednisone: l’apolipoproteina E, un subcomponente del complemento C1r, e reticulon 4. I geni di queste proteine sono target diretti del recettore dei glucocorticoidi e per questo possono essere definiti dei marcatori specifici della terapia steroidea.
Analisi di Real Time PCR sono state effettuate su 24 miRNA noti per essere coinvolti nell'infiammazione o nel meccanismo d’azione degli steroidi. Sono stati individuati 3 miRNA che vengono down-regolati dopo trattamento con entrambi i farmaci: mir-146a, miR-146b e mir-320a. Questi 3 miRNA sono coinvolti nella regolazione dei processi infiammatori. miR-146a, ad esempio, è risultato essere molto espresso in diverse malattie infiammatorie ed è regolato da NF-κB nelle cellule immunitarie e muscolari, mentre sono stati osservati nelle biopsie di colon di pazienti adulti, affetti da rettocolite ulcerosa, ridotti livelli di miR-320a. Un quarto miRNA, il miR-486, mostra una cambiamento significativo in risposta al prednisone ma non all'infliximab.
Sebbene questo sia uno studio preliminare, con un limitato numero di pazienti, i risultati ottenuti sono promettenti. L’identificazione di un biomarcatore di risposta per la personalizzazione della terapia potrebbe evitare trattamenti destinati all’insuccesso, o limitare gli effetti collaterali, che soprattutto nella popolazione pediatrica, rappresentano un grosso rischio per il paziente.
 
I risultati ottenuti da questo studio preliminare hanno permesso di identificare proteine e miRNA i cui livelli cambiano in modo significativo in seguito al trattamento con steroidi o infliximab, nel siero di pazienti pediatrici affetti da MICI, responsivi al trattamento. I potenziali marker descritti nello studio potrebbero avere, quindi, un ruolo nel determinare la risposta farmacologica.
 
Parole chiave: biomarcatore, MICI, miRNA, proteine, glucocorticoidi, infliximab
 
Riferimento Bibliografico
Heier CR et al. Clin Transl Gastroenterol 2016, 7(9):e19.
Un quadro europeo dei biomarcatori farmacogenetici: impatto sulla farmacogenomica clinica
A cura della Dott.ssa Valeria Conti
A partire da un numero molto elevato di polimorfismi potenzialmente coinvolti nella risposta ai diversi trattamenti farmacologici, la Food and Drug Administration (FDA; www.fda.gov) e l’European Medicines Agency (EMA; www.ema.europa.eu) hanno selezionato 120 farmaci associati a marcatori genomici utili a predire la risposta terapeutica sia in termini di efficacia sia di sicurezza. In particolare, alcuni marcatori farmacogenetici che sono stati associati sia con l’evenienza di eventi avversi sia a efficacia variabile mostrano anche differenze importanti da un punto di vista geografico nella distribuzione delle frequenze alleliche. Gli studi di farmacogenetica condotti finora non hanno concentrato la loro attenzione sulla prevalenza geografica degli alleli polimorfici analizzati. Lo scopo di questo studio è stato stimare la prevalenza di biomarcatori farmacogenetici in 43 popolazioni di origine Europea per favorire lo scambio e l’integrazione delle conoscenze acquisite nei diversi stati d’Europa.
Gli autori hanno utilizzato un “Microattribution approach” per realizzare un pannello Europeo di marcatori farmacogenetici partendo da 1931 varianti in 231 geni in 11 popolazioni Europee (Croazia, Repubblica Ceca, Olanda, Germania, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Serbia, Slovenia e Turchia) più altri 36 potenziali biomarcatori in altre 7 popolazioni Europee (Cipro, Italia, Lituania, Russia, Slovacchia, Spagna e Ucraina). In totale sono stati arruolati 1710 volontari sani arruolati in 18 paesi e sia l’arruolamento sia l’isolamento dei campioni di DNA genomico da sangue o da saliva sono stati eseguiti in diversi centri nei paesi partecipanti.
Millecinquecento individui sono stati genotipizzati tramite la piattaforma Affymetrix DMET (Affymetrix Inc., Santa Clara, CA, USA) e 258 mediante TaqMan® SNP Genotyping Assays (Thermo Fisher Scientific, Waltham, MA, USA) e/o sequenziamento Sanger.  I risultati dell’analisi ottenuta negli individui di origine Europea sono stati messi a confronto con quelli derivanti dalla tipizzazione di 499 soggetti dell’Arabia Saudita medio-orientale e 106 individui del Sudafrica.
I genotipi sono stati definiti “actionable” se associati all’esistenza di una raccomandazione di cambio del dosaggio o del farmaco stesso, mentre “high risk” se associati all’eventualità di reazione avversa grave. Tali genotipi erano la forma omozigote dell’SNP CYP2C19*2 associata a resistenza al clopidogrel, l’omozigote SLCO1B1*5 per la miopatia indotta da simvastatina, l’omozigote CYP2C9*3 legato a sensibilità al warfarin e l’omozigote o l’eterozigote composto TPMT*2  o TPMT*3 associati a mielotossicità da farmaci tiopurinici.
In una prima fase dello studio sono stati analizzati i risultati di 847 campioni collezionati in 11 popolazioni Europee e messi a confronto con quelli ottenuti in 499 campioni provenienti dall’Arabia saudita e 106 dal Sudafrica. Da queste prime analisi sono emerse differenze rilevanti non solo tra popolazioni Europee e quelle Araba e Africana, ma anche tra i vari paesi Europei. Particolarmente interessante è il dato della Germania che è risultata rappresentare un vero e proprio cluster separato dal resto d’Europa. Inoltre, è stato possibile identificare due sottogruppi distinti rappresentati rispettivamente da Repubblica Ceca, Croazia, Olanda, Ungheria, Polonia, Serbia e Slovenia (sottogruppo 1) e Grecia, Malta e Turchia (sottogruppo 2). Le frequenze alleliche delle varianti farmacogenetiche ottenute in ciascuna popolazione sono state depositate nel database “FINDbase”.
Durante la seconda fase di questo studio gli autori hanno analizzato i trentasei biomarcatori definiti come “actionable”, ossia i marcatori farmacogenetici approvati dalla FDA ed EMA, trovando differenze significative nella prevalenza dei suddetti polimorfismi almeno in 7 delle 18 popolazioni Europee analizzate. In particolare, la prevalenza del polimorfismo SLCO1B1*5 era significativamente diversa in tre stati, ossia Polonia, Cipro e Lituania; la prevalenza dello SNP CYP2C19*17 era differente in Grecia e Polonia e quella del CYP2C9*3 divergeva in Olanda e Polonia dal resto dell’Europa. Anche i genotipi CYP2D6*2/*2XN/*39 e CYP2D6*4/*4F/*4G/*4H coinvolti nel metabolismo di più di trenta antipsicotici, antidepressivi e altri farmaci avevano una prevalenza diversa in Slovacchia, Polonia, e Spagna, mentre il genotipo NAT2*4/*5A/*5B/*5C/*5D/*5E/*5G/*5J/*14C/*14F era differentemente distribuito in Grecia.
Per quanto riguarda l’anticoagulante orale warfarin sono state trovate differenze  nella dose stabile predetta dall’algoritmo sia confrontando le popolazioni Europee e quelle Araba e Africana, sia nell’ambito delle diverse popolazioni Europee. La dose media di farmaco richiesta nei paesi d’Europa era pari a 37.8 mg/settimana, ossia significativamente più alta del valore medio richiesto nei pazienti di origine Araba e Sud-africana  (35.8 e 34.8 mg/settimana, rispettivamente). Inoltre dal confronto inter-popolazioni è emerso che, i pazienti Turchi e Serbi ricevevano una  dose di warfarin predetta dall’algoritmo più bassa (35.2 e 34.8 mg/settimana, rispettivamente) della media Europea.
In questo studio la prevalenza di diversi marcatori farmacogenetici in popolazioni d’Europea è stata confrontata con quella rilevata nelle popolazioni Araba e Sud-africana. Accanto alle differenze emerse (e attese) da questo confronto, è stata messa in luce un’importante variabilità nelle frequenze alleliche dei marcatori anche tra le varie popolazioni di origine Europea prese in esame. Gli autori hanno collezionato un numero di campioni proporzionato alla dimensione e rappresentativo della struttura del singolo paese di origine. Tuttavia, una limitazione è che il potere statistico in alcune delle popolazioni analizzate era limitato e di conseguenza i dati relativi possono essere considerati ancora preliminari. Inoltre, i risultati ottenuti non si riferiscono all’intera popolazione Europea anche perché gli autori hanno focalizzato l’attenzione sugli stati a basso reddito escludendo dallo studio popolazioni come la Francia, la Scandinavia e la Gran Bretagna dove la farmacogenetica è entrata ormai a pieno titolo nella pratica clinica.
 
In conclusione, sono state determinate le frequenze alleliche di 1931 biomarcatori farmacogenetici in 231 geni. I risultati hanno rivelato l’esistenza di una grande variabilità tra le popolazioni europee analizzate, in particolare in 7 farmacogeni definiti come “clinically actionable” che influenzano sia l’efficacia sia la tollerabilità di ben 51 terapie farmacologiche. I risultati sottolineano l’importanza di ottimizzare le terapie attraverso un approccio farmacologico personalizzato e pongono le basi per definire le priorità nell’implementazione dei test farmacogenetici nella pratica clinica nei diversi paesi d’Europa anche da un punto di vista di costo-efficacia.
 
Parole chiave: farmacogeni, paesi a basso reddito, Europa, marcatori farmacogenetici
 
Riferimento bibliografico
Mizzi C et al. PLoS One 2016, 11(9):e0162866.
Polimorfismi del gene MTHFR e tossicità indotta da metotressato in pazienti adulti con patologia onco-ematologica: una meta-analisi
A cura del Dott. Vittorio Simeon
L’antagonista dei folati metotressato (MTX) è ampiamente utilizzato nel trattamento di patologie oncologiche, incluse la leucemia linfatica acuta (ALL) ed il linfoma. Sebbene il MTX abbia raggiunto degli importanti successi clinici, l’ampia variabilità inter-paziente e le reazioni avverse al farmaco rendono ancora complesso il suo utilizzo nella pratica clinica. La tossicità gastrointestinale, epatica ed ematologica e la mucosite orale rappresentano le maggiori reazioni avverse al trattamento con MTX, le quali spesso comportano una riduzione della dose o l’interruzione della terapia, specialmente nei pazienti adulti. Tutto ciò si traduce in un incremento del rischio di progressione della malattia o di recidive. Numerosi studi farmacogenetici sono stati condotti al fine di identificare possibili biomarcatori in grado di predire gli eventi avversi da MTX. Tali ricerche si sono maggiormente focalizzate su polimorfismi di geni chiave del pathway di MTX, in modo particolare sui polimorfismi C677T e A1298C del gene metilenetetraidrofolato reduttasi (MTHFR). Lavori pubblicati di recente (Avivi I et al., Leuk Lymphoma 2014; Suthandiram S et al., Pharmacogenomics 2014) hanno portato a risultati contrastanti sul ruolo delle varianti C677T e A1298C, lasciando ancora aperta la questione sulla validità dei polimorfismi del gene MTHFR come biomarcatori di tossicità da MTX. In questo studio, gli Autori hanno condotto una meta-analisi al fine di chiarire il ruolo dei polimorfismi MTHFR C677T e A1298C nella tossicità indotta da MTX in pazienti adulti con patologia onco-ematologica.
 
La ricerca bibliografica è stata condotta utilizzando i motori di ricerca PubMed ed EMBASE con i seguenti termini: metotressato, metilenetetraidrofolato reduttasi, MTHFR, gene, polimorfismo, patologie onco-ematologiche, leucemia, linfoma. Le analisi statistiche sono state condotte utilizzando il programma Revman 5.2 (Cochrane IMS). I valori di risk-ratio aggregato (RRs) con il corrispondente intervallo di confidenza al 95% (CIs) sono stati calcolati con il metodo di Mantel–Haenszel utilizzando un modello ad effetti casuali. L’eterogeneità tra gli studi è stata valutata con i metodi statistici Q di Cochrane e I2. Il RR è stato calcolato rispettivamente per la comparazione allelica (C677T: T vs C; A1298C: C vs A), il modello eterozigote (C677T: CT vs CC; A1298C: AC vs AA), il modello omozigote (C677T: TT vs CC; A1298C: CC vs AA), il modello dominante (C677T: TT/CT vs CC; A1298C: AC/CC vs AA) ed il modello recessivo (C677T: TT vs CT/CC; A1298C: CC vs AC/AA). L’analisi della letteratura e la successiva valutazione dei lavori sulla base dei criteri di inclusione ed esclusione, ha portato ad un numero totale eleggibili per la meta-analisi di sei studi. Di questi, tre studi avevano utilizzato un trattamento a dosaggio elevato (>1 g/m2) e tre studi un trattamento di MTX a basso dosaggio (compreso tra 10 e 400 mg/m2).
 
MTHFR C677T
L’associazione tra il polimorfismo MTHFR C677T e le tossicità indotte da MTX sono state valutate in un totale di sei studi, di cui 4 studi condotti su popolazione caucasica e due su popolazione asiatica.
Tossicità epatica & MTHFR C677T su 6 studi– L’analisi aggregata ha mostrato associazione significativa verso la tossicità di grado 1-4 per tutti i modelli genetici eccetto l’eterozigote (TT vs CT/CC: RR: 1.72, 95% CI: 1.34–2.22; p<0.0001; CT/TT vs CC: RR: 1.43, 95% CI: 1.09–1.88, p=0.009; TT vs CC: RR: 1.85, 95% CI 1.40–2.45, p<0.0001; T vs C: RR: 1.42, 95% CI 1.22–1.66, p<0.00001). I risultati dell’analisi aggregata hanno inoltre evidenziato associazione rispetto alla tossicità di grado severo 3–4 in alcuni dei modelli considerati (TT vs CT/CC: RR: 2.48, 95% CI: 1.14–5.38, p=0.02; T vs C: RR: 1.98, 95% CI: 1.13–3.46, p=0.02; TT vs CC: RR: 3.06, 95% CI: 1.10–8.51, p=0.03). La successiva analisi stratificata per dosaggio ha mostrato associazione sia nel gruppo ad alto dosaggio (TT vs CT/CC: RR: 1.36, 95% CI: 1.06–1.75, p=0.01; TT vs CC: RR: 1.48, 95% CI: 1.02–2.15, p=0.04) che in quello a basso dosaggio (TT vs CT/CC: RR: 1.72, 95% CI: 1.34–2.22, p<0.00001; CT/TT vs CC: RR: 1.67, 95% CI: 1.12–2.49, p=0.01; TT vs CC: RR: 2.47, 95% CI: 1.62–3.77, p<0.0001: T vs C: RR: 1.61, 95% CI: 1.27–2.04, p<0.0001), con eterogeneità tra gli studi statisticamente non significativa. L’analisi stratificata per etnia ha evidenziato associazione significativa nella popolazione caucasica per tutti i modelli genetici eccetto il dominante (TT vs CT/CC: RR: 1.95, 95% CI: 1.50–2.55, p<0.00001; TT vs CC: RR: 2.00, 95% CI: 1.39–2.87, p=0.0002; T vs C: RR: 1.43, 95% CI 1.08–1.90, p=0.01) e borderline per il sottogruppo asiatico (TT vs CT/CC: RR: 1.32, 95% CI: 0.99–1.75, p=0.05; TT vs CC: RR: 1.62, 95% CI: 0.99–2.63, p=0.05).
Tossicità gastrointestinale & MTHFR C677T su 3 studi – L’analisi ha evidenziato un’associazione significativa verso la tossicità di grado 1-4 per tutti i modelli genetici considerati eccetto l’eterozigote (TT vs CT/CC: RR: 2.48, 95% CI: 1.59–3.87, p<0.0001; CT/TT vs CC: RR: 1.65, 95% CI: 1.02–2.68, p=0.04; TT vs CC: RR: 2.55, 95% CI: 1.65–3.94, p<0.0001; T vs C: RR: 1.89, 95% CI: 1.17–3.04, p=0.009). Anche per l’analisi relativa al grado severo 3-4 si evidenzia associazione significativa (TT vs CT/CC: RR: 3.53, 95% CI: 1.85–6.74, p=0.0001; T vs C: RR: 1.98, 95% CI: 1.57–4.31, p=0.0002; TT vs CC: RR: 3.30, 95% CI: 1.65–6.59, p=0.0007).
Tossicità ematologica & MTHFR C677T su 3 studi – Dall’analisi aggregata emerge un’associazione significativa verso la tossicità di grado 1-4 per i modelli genetici recessivo ed omozigote e per la comparazione allelica (TT vs CT/CC: RR: 1.32, 95% CI: 1.03–1.68, p=0.03; TT vs CC: RR: 2.10, 95% CI: 1.27–3.48, p=0.004; T vs C: RR: 1.37, 95% CI: 1.06–1.77, p=0.02). Tuttavia, non è stata osservata alcuna associazione significativa per la tossicità di grado severo 3-4.
Mucosite & MTHFR C677T su 3 studi – L’analisi evidenzia assenza di associazione per il grado 1-4 in tutti i modelli genetici considerati, mentre emerge un rischio aumentato per la tossicità di grado 3-4 nel modello TT vs CT/CC (RR: 3.45; 95% CI: 1.55–7.66; p=0.002).
 
MTHFR A1298C
Per il numero limitato di studi disponibili è stato possibile condurre la meta-analisi solamente per alcuni modelli genetici e per alcuni tipi di tossicità. I risultati dell’analisi aggregata hanno mostrato un’associazione significativa del polimorfismo MTHFR A1298C con la mucosite (AC/CC vs AA: RR: 0.65, 95% CI: 0.44–0.97, p=0.04), e la tossicità gastrointestinale di grado 1-4 (AC/CC vs AA: RR: 0.36, 95% CI: 0.17–0.76, p=0.007), mentre non è stata evidenziata associazione con il rischio di tossicità epatica ed ematologica di grado 1-4. Per quanto riguarda il grado 3-4, dall’analisi non è emersa alcuna associazione significativa; inoltre non è stato possibile effettuare l’analisi stratificata per etnia o dosaggio a causa del limitato numero di studi.
 
Gli Autori di questo studio sono i primi a valutare, attraverso la tecnica della meta-analisi, l’associazione tra i polimorfismi C677T e A1298C del gene MTHFR e la tossicità indotta da MTX in pazienti adulti con patologie onco-ematologiche. I risultati hanno evidenziato un’associazione del polimorfismo C677T di MTHFR con un rischio aumentato di tossicità indotta da MTX, in particolare tossicità epatica, ematologica e gastrointestinale. Al contrario, il polimorfismo A1298C di MTHFR non è risultato associato alla tossicità epatica ed ematologica, mentre potrebbe svolgere un ruolo marginale come fattore di rischio per mucositi e tossicità gastrointestinale. L’eterogeneità tra gli studi identificati è relativamente bassa e ciò garantisce una certa stabilità dei risultati, compresi quelli basati sulla stratificazione per etnia o dosaggio del MTX. Inoltre, al fine di garantire una stima relativamente più conservativa è stato utilizzato un modello ad effetti casuali. Ciò nonostante vi sono alcune limitazioni da tenere in considerazione. In primo luogo, il numero degli studi e dei pazienti considerati è relativamente limitato, è cio comporta una potenza statistica non sufficiente per mettere in evidenza associazioni con eventi poco frequenti. Inoltre, non è stato possibile condurre l’analisi stratificata per età, sesso o fattori clinici a causa della scarsa disponibilità dei dati negli studi in analisi. In secondo luogo, gli studi inclusi avevano utilizzato differenti regimi terapeutici e differenti protocolli di MTX. Queste differenze in termini di dosaggio, durata della terapia e combinazione di diversi agenti chemioterapici potrebbe aver influenzato in maniera consistente la tossicità indotta da MTX. Di conseguenza, la validità della meta-analisi sotto certi aspetti potrebbe essere compromessa e ciò renderebbe necessario la conduzione di nuovi studi con disegno clinico più omogeneo. Terzo, a causa di dati originali insufficienti, non è stato possibile condurre la meta-analisi per gli aplotipi del gene MTHFR o un’analisi di interazione gene-ambiente. Infine, alcuni studi avevano riportato il dato per tossicità differenti in combinazione, non rendendo pertanto possibile l’analisi stratificata per leucopenia, anemia e trombocitopenia. Considerate queste limitazioni sono pertanto necessari ulteriori studi con un robusto disegno sperimentale al fine validare i risultati di questa meta-analisi.
 
In conclusione, i risultati di questa meta-analisi evidenziano  un’associazione del polimorfismo C677T di MTHFR con un rischio aumentato di tossicità indotta da MTX in pazienti onco-ematologici adulti, in particolare con tossicità epatica, ematologica e gastrointestinale.

Parole chiave: MTHFR, MTX, tossicità, C677T 

Riferimento bibliografico
Zhao M et al. Pharmacogenomics 2016, 17(9):1005-17.

Crediti
SIF – FARMACOGENETICA
Newsletter del Gruppo di lavoro sulla Farmacogenetica della Società Italiana di Farmacologia

Registrazione del Tribunale di Milano n° 180 data 31/03/2010  -   ISSN 2282-4758
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Direttore
Prof. Emilio Clementi (Università di Milano)

Vice-Direttore
Prof. Diego Fornasari (Università di Milano)

Coordinatore
Dott.ssa Valentina Boscaro (Università di Torino)

Caporedattori
Dott. Gabriele Stocco (Università di Trieste)
Dott. Salvatore Terrazzino (Università del Piemonte Orientale)

Web Editor
Dott. Federico Casale (Università di Torino)

Hanno contribuito a questo numero:
Dott.ssa Sarah Allegra (Università di Torino)
Dott.ssa Sarah Cargnin (Università del Piemonte Orientale)
Dott.ssa Donatella Carretta (Università di Bologna)
Dott.ssa Valeria Conti (Università di Salerno)
Dott.ssa Alessia Di Silvestre (Università di Trieste)
Dott.ssa Lucia Gozzo (Università di Catania)
Dott.ssa Marianna Lucafò (Università di Trieste)
Dott.ssa Claudia Pisanu (Università di Cagliari)
Dott.ssa Gloria Ravegnini (Università di Bologna)
Dott.ssa Giulia Sammarini (Università di Bologna)
Dott. Vittorio Simeon (IRCCS – CROB)

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